Il recepimento della Direttiva Copyright in Italia: opportunità e criticità

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L’Italia ha recepito la Direttiva Copyright dell’Unione europea sul diritto d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale. In merito alle opportunità, con l’emanazione del decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 177, la direttiva Ue 790/2019 del Parlamento europeo e del Consiglio del 17 aprile 2019, agisce su un doppio binario: da un lato, adattando la legge sul diritto d’autore all’ambiente digitale contemporaneo, assicura maggiore tutela negoziale dei titolari dei diritti (infatti, da tempo, era attesa dagli operatori del comparto culturale, giornalistico e dello spettacolo, lamentando il fatto che le grandi piattaforme online non pagassero nessun diritto in merito allo sfruttamento delle loro opere); dall’altro, in considerazione dell’evoluzione tecnologica quale fenomeno non arginabile – ma che può (e deve) essere oggetto di regolamentazione, la Direttiva UE fornisce nuove opportunità per l’industria creativa.

Recepito in attuazione della Direttiva (UE) 2019/790, il decreto legislativo n. 177/2021 ha addotto una serie di modifiche significative alla Legge n. 633 del 22 aprile 1941 – “Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio” –, in rimando soprattutto agli utilizzi digitali.

Direttiva Copyright, i principi

Tra gli intenti principali che si è posta la Commissione europea c’è il conformare l’accezione di diritto d’autore tanto all’ambiente digitale quanto al contesto transfrontaliero, ma anche di migliorare l’iter di concessione delle licenze. E ancora, di assicurare un più vasto accesso ai contenuti ed il miglior funzionamento del mercato per l’autore.

Gli strumenti giuridici approntati dal decision-maker e che hanno avuto l’ok dal Parlamento Ue (non rimpiazzano quelli delle precedenti direttive ma si configurano come elementi innovativi) sono sviscerati, in particolare, all’interno di due articoli della Direttiva Copyright 2021:

  • Articolo 15 (“Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online”): riconosce agli editori di giornali i diritti d’autore per l’uso delle loro pubblicazioni da parte di piattaforme come Facebook o Google. Sono escluse le pubblicazioni ad utilizzo privato nonché quelle non commerciali e, non ultimi, i cosiddetti “testi brevi” (che poi ritroveremo).
  • Articolo 17 (“Utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online”): se da una parte stabilisce che i fornitori di servizi di condivisione di contenuti in rete debbano assicurarsi il placet dai titolari del diritto (così da poter condividere materiale protetto da copywriter), dall’altra fa sì che incomba sui provider l’obbligo di filtrare i contenuti caricati online dagli utenti, pena la responsabilità per la violazione del copyright.

Riforma europea sul Copyright: le criticità

La ragione alla base delle opposizioni al recepimento della Direttiva Copyright – che in Italia (e in altri venti stati membri) ha comportato anche l’avvio di una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea – rappresenta il potenziale vulnus alla libertà di espressione determinato dall’articolo 17 della già citata direttiva 2019/790 (uno dei più discussi. A questo proposito, il 4 giugno 2021 la Commissione ha pubblicato le tanto attese linee guida).

Ad esprimere le maggiori perplessità sui testi per l’adozione della direttiva è stata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), che ha individuato – nel merito – soprattutto tre aspetti. Il primo è che il testo italiano porrebbe «ingiustificati vincoli all’autonomia negoziale delle parti, e in definitiva, al funzionamento dei mercati, soprattutto in assenza di evidenze circa possibili fallimenti del mercato».

Il secondo aspetto, invece, rimarca come i canoni individuati per fissare l’apporto economico che le testate potrebbero richiedere alle piattaforme tengono in esame valori come l’importanza degli editori sul mercato, il numero di giornalisti impegnati, il decorso dell’attività ma – al contempo – risultano «lungi dal contribuire a quantificare l’apporto al risultato economico del contenuto citato». Piuttosto, «sono idonei invece a determinare improprie discriminazioni a sfavore degli editori nuovi entranti e di dimensioni minori, favorendo ingiustificatamente gli editori incumbent».

Il terzo (e ultimo) aspetto attiene la definizione di “estratti molto brevi”, ai quali la Direttiva Copyright attribuisce una “anomalia” e per i quali non risulterebbe necessario un pagamento. Per l’Antitrust, invece, la norma italiana non andrebbe a prevedere una definizione consona a per individuare tale, cruciale “anomalia”.

Per ulteriori informazioni sul recepimento della Direttiva Copyright in Italia è possibile contattarci all’indirizzo mail: info@italylegalconsulting.com

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